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Quel borgo nascosto dove arte e religione si abbracciano

Nelle campagne di Contessa Entellina, alla Comunità Trinità della Pace, una giornata di festa per la cultura arbëreshë siciliana, con la visita del presidente albanese Ilir Meta. C’è un cuore sacro che batte nelle campagne di Contessa Entellina. Vibra tra gli edifici di un borgo contadino, diventato rifugio di anime in cerca di pace. Circondato dal silenzio dei Sicani, dove la Sicilia torna alle origini, un villaggio dell’Eras, l’Ente per la riforma agraria, nato negli anni ’50 del secolo scorso, un tempo usato come deposito di attrezzi e materiali agricoli, oggi ospita la Comunità Trinità della Pace.

Sorge a Borgo Pizzillo, dove è stata fondata nel 1990 dal sacerdote Pietro Gullo, tornato in Sicilia dopo un’esperienza missionaria in Uruguay.
In trent’anni, questo piccolissimo villaggio a 80 chilometri da Palermo, si è trasformato in un laboratorio dove convivono arte, religione e accoglienza. Il merito è anche di Vincenzo Muratore, artista palermitano cresciuto nel borgo, che adesso vive tra la Sicilia e Londra. È sua la scultura dell’eroe albanese Scanderbeg che è stata svelata ieri davanti al presidente della Repubblica d’Albania, Ilir Meta, al culmine di una visita istituzionale in Sicilia. Una festa d’integrazione nel borgo a un passo da Contessa, uno dei comuni arbëreshë dell’Isola che in questi giorni ha celebrato i 500 anni dalla concessione delle terre agli esuli albanesi nel territorio.


“Sono forti le radici che uniscono i nostri due Paesi, come la volontà di intensificare i rapporti tra la nostra Repubblica e la Regione Siciliana – ha detto il presidente Meta – . Dobbiamo impegnarci a tutelare sempre più le comunità arbëreshë dell’Isola, affinché possano continuare a valorizzare le nostre tradizioni. È un patrimonio unico non solo per l’Albania e la Sicilia, ma anche per l’Europa e il mondo intero”.

Ad accompagnare il presidente Meta a Borgo Pizzillo, anche l’ambasciatrice d’Albania in Italia, Anila Bitri e i rappresentanti di alcuni Comuni arbëreshë dell’Isola e di quelli vicini: oltre al sindaco di Contessa, Leonardo Spera, presente il vicesindaco di Piana degli Albanesi, Antonino Aclud; il vicesindaco di Corleone Maria Clara Crapisi e sindaco di Sant’Angelo Muxaro, Angelo Tirrito. “Cinquecento anni fa gli esuli albanesi venuti da Andros hanno avuto in concessione queste terre, – ricorda il sindaco Spera – così si è insediata la comunità albanese in Sicilia. Ancora oggi siamo un esempio di integrazione, innovazione, fratellanza e capacità di mettere insieme riti e culture diverse”.

 

  Specchio di questa sintesi ecumenica è la piccola chiesa della comunità, trasformata da Vincenzo Muratore in un’opera d’arte in divenire. Una volta usato come fienile, l’edificio adesso è un tempio che mescola stili diversi. Un inno al sincretismo religioso dove echi islamici si fondono con vibrazioni ortodosse, come l’icona che rappresenta la Trinità di Andrej Rublëv, custodita dietro l’altare o il blu intenso delle mattonelle della facciata che rimanda all’arte islamica.



Il resto è un trionfo di colorati mosaici, dipinti e sculture, tutte opere che nascondono un significato simbolico suggellato dal grande ulivo-croficisso che domina l’altare, proveniente dalle campagne di Contessa. Un albero della vita con un cuore di ametista che fa da ostensorio e una nicchia trasformata in fonte battesimale da cui sgorga un azzurro fiume di mosaici che arriva fino all’ingresso della chiesa.

    “L’ulivo è simbolo ecumenico per eccellenza – spiega Muratore, che ha realizzato anche il vicino Eremo Blu, una vecchia casa cantoniera nei dintorni di Contessa, trasformata in luogo di meditazione e di incontro – uno dei tanti simboli disseminati all’interno di questa chiesa, che si possono trovare dove meno te lo aspetti. È un po’ come il percorso della fede, quando cerchi ciò che hai di più prezioso dentro di te, negli angoli più nascosti dell’anima”.

Ma accanto alla chiesa, è stato riplasmato un altro ambiente diventato una sacrestia e una sala meditativa: una stanza dalle forme sinuose che rimandano a Gaudì, dedicato a Etty Hillesum, scrittrice olandese ebrea vittima dell’Olocausto. “Le opere d’arte realizzate all’interno della nostra comunità evocano quella pace che è per noi elemento fondante – dice don Pietro Gullo, che guida la comunità formata attualmente da una dozzina di persone e ha realizzato alcuni dei dipinti all’interno del borgo – pace esistenziale, nei rapporti umani, nelle relazioni, segno di sobrietà, semplicità.

Tutti dobbiamo rispecchiarci nella circolarità, non nella verticalità delle gerarchie. La nostra è una comunità religiosa, ma con un forte spirito laico, tutto quello che abbiamo fatto in questi anni è frutto di un lavoro corale, in cui ognuno ha dato il proprio contributo.

Piccoli gesti che insieme creano armonia”.

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